<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266</id><updated>2011-10-29T08:50:16.501-07:00</updated><category term='Dediche'/><category term='libri'/><category term='radio'/><category term='Tracce del passato'/><category term='teatro'/><category term='Epifanie'/><category term='Recensioni'/><category term='cinema'/><title type='text'>La soglia</title><subtitle type='html'>"Molte cose sono avvenute, tante ora nuotano nella fluidità, tutto può ancora essere"</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>33</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-3654331687088466054</id><published>2009-05-27T02:41:00.000-07:00</published><updated>2009-05-27T02:44:10.565-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>In una farmacia</title><content type='html'>C’è davanti alla farmacia una piccola aiuola con delle lastre di pietra per permettere ai pedoni di passare sul terreno senza fare il giro. Davanti all’aiuola una grande macchina tutta blu. È stata parcheggiata di fretta, come per un’emergenza, e siccome occupa metà della strada, le macchine che passano in questa sonnolenta domenica d’estate devono procedere lentamente. All’interno, sul sedile anteriore, una ragazza si stiracchia e aspetta il conducente, muovendo le dita sul cruscotto. Sembra stanca. C’è musica nella macchina, ma i finestrini sono alzati e all’esterno non si sente quasi niente. Nella farmacia, una signora con un vestito rosso sta comprando dei farmaci che ha appena ordinato con una ricetta. Dietro di lei, in attesa di poter parlare, proprio in corrispondenza di una lunga linea gialla, avanza una ragazza con una maglietta blu senza maniche, dei pantaloni corti e scarpe da ginnastica molto sporche non allacciate. Ha i capelli ricci e castani, raccolti con poca cura, come se un’ombra di femminilità sia stata bruscamente soffocata tra le curve rigide di un corpo maschile. Gli occhi sono spenti e scuri, le borse evidenti, ma lo sguardo è vigile, attento ai gesti veloci della farmacista. Sul volto è impressa una grande fatica, ma anche la noncuranza per gli sguardi degli altri, la pelle è leggermente scura, le unghie rovinate. “Mi dica”, dice la farmacista a cui basta uno sguardo per capire tutto: ha i capelli corti e grigi, un aspetto austero e poco materno. Una gentilezza scostante. “Vorrei un disinfettante, un disinfettante per un piccolo taglio. Ero in cucina e…” La interrompe per l’imbarazzo: “Il mercurio cromo andrà benissimo. Una boccetta è sufficiente?” La ragazza annuisce e non dice altro, guarda la farmacista correre elegantemente dietro uno scaffale con i farmaci per l’allergia. Vicino alla cassa, dietro al bancone, c’è un uomo con un impermeabile blu. Sta maneggiando delle carte da gioco, fa un solitario che sembra non avere alcun senso, ma ogni volta che estrae una carta dal mazzo guarda la ragazza, distratto da quegli occhi di sofferenza. E sorride: è simpatico, l’uomo con l’impermeabile blu. Fuori fa caldissimo, ma la ragazza non si chiede perché lui porti questo impermeabile. L’uomo incrocia il suo sguardo un’ultima volta, poi si alza di scatto e va anche lui nel retro della farmacia, proprio mentre torna la farmacista. “Sono quattro euro”, dice lei per affrettare il congedo. “Ah, e poi mi servirebbero…”, aggiunge la ragazza, con imbarazzo anch’ella, senza riuscire a nascondere che lo scopo per cui è entrata è questo secondo acquisto: “…dieci siringhe”. Guarda la farmacista, sentendosi anche un po’ colpevole. Sua sorella la sta aspettando a pranzo, con le due bambine. Ci sarà ancora quell’odiosa carne ai funghi che lei non ama, ci saranno ancora i quaderni con i disegni da colorare sul tavolo, il pavimento lucido, il televisore in bianco e nero, e poi le domande ingenue delle bambine, a cui lei vorrebbe rispondere davvero: “vostro nonno non esiste, è andato via dieci anni fa, non è vero che la nonna vive lontano: si è suicidata. E poi non vedete che vostra madre guadagna bene perché si prostituisce, è ancora una bella donna, ma io, io non più, io mi drogo? Perché ridete e vi divertite quando siamo infelici, perché continuate a credere a quello che vi diciamo?”. E poi ci sarà il primo sguardo della sorella, uno sguardo ormai rassegnato, che accompagnerà le sue parole consuete, sulla soglia dell’appartamento numero 8, dopo il campanello: “L’hai fatto ancora, vero?”. Io ho sentito quelle parole, perché c’ero anche io su quella soglia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-3654331687088466054?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/3654331687088466054/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=3654331687088466054' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/3654331687088466054'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/3654331687088466054'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2009/05/in-una-farmacia.html' title='In una farmacia'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-456175842528730314</id><published>2009-05-05T00:14:00.000-07:00</published><updated>2009-05-05T00:15:29.912-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>In una località di mare (2)</title><content type='html'>Arrivarono un torrido mattino d'estate, dopo un lungo viaggio in nave. In quella casa affittata sulla fiducia qualche mese prima, c'era molta luce e un bel po' di polvere, non era un buon segno, pensò lei. Dopo essere arrivati a G. A., lui era andato al centro servizi a pagare l'affitto per tutto il mese, mentre lei e i due bambini si erano fermati sul marciapiede a guardare il mare da lontano. Mentre lui pagava, la signora stanca e acida che gestiva l'agenzia, non faceva di certo il suo meglio per essere gentile. Non adorava i turisti. Brutto segno, aveva pensato lui. Per la strada, dove aspettavano che lui arrivasse con le chiavi, lei già era in preda a una frenesia incontenibile, diceva disordinatamente ai bambini quello che avrebbero potuto fare: “potete prendere il pedalò, ma prima facciamo tutti colazione insieme, fate quello che volete, basta che venite a pranzo e a cena, però sapete quanti nuovi amici...”, poi ogni tanto si girava verso la porta dell'agenzia e intercalava  il suo discorso chiedendosi ad alta voce: “ma dove è finito vostro padre?” E giusto un pizzico di afosa, emozionante preoccupazione si mischiava in lei alla fresca sorpresa di scoprire un mondo nuovo. Con i propri figli. Per la strada c'era un odore penetrante di piante, il sole bruciava, uno dei bambini sudava e rideva continuamente, l'altro chiudeva gli occhi per il troppo sole e non parlava. Non parlava mai se non aveva un motivo. Lui uscì dall'ufficio con le chiavi in mano, il dito infilato nell'anello che le teneva insieme. Sorrideva a tutti e tre, mentre si avvicinava a loro stanco, ma soddisfatto. Andarono subito ad aprire la casa, lei temeva che i bambini avessero sete. Notò subito la polvere, si fece triste, sbuffò di nascosto, poi più apertamente si lasciò scappare che ce n'era troppa, di polvere, che alcuni mobili le sembravano troppo vecchi, che c'era una mattonella rotta in sul balconcino... Uno dei due bambini pensò che un minuto prima lei sembrava contenta, ma ora non più. Lui temeva questo. L'altro osservava gli angoli della casa, il letto e le pareti bianche, immaginava di essere su una casa volante, che ogni volta che doveva fare pipì sarebbe sceso dal pallone aerostatico verso il vuoto per chilometri interi, con una fune lunghissima, accompagnato da un cantante diabetico che conosceva solo lui. Mentre fantasticava non si accorse che gli altri tre erano saliti al piano superiore, dove c'erano le due camere da letto e il bagno. Lei, ancora un po' contrariata, alzò la tapparella della finestra che dava sul balcone. E vide il mare. Fu come se qualcosa di dolcissimo aggredisse di colpo il suo sangue. Nel vedere il mare capì che lo avrebbe ammirato tutte le mattine, mentre prendeva il caffé e i bambini ancora dormivano e lui era in bagno a farsi la barba, e non li avrebbe svegliati per tenersi quel momento per sé, un attimo di beatitudine da vivere da sola, per poi distribuirla agli altri con ansia genuina, immediato bisogno di un riscontro. Si girò verso di lui e urlando di gioia, una  gioia al limite del pianto, andò ad abbracciarlo, incontenibile (era questa incontenibilità che dava fastidio al piccolo, mentre il maggiore continuava a guardare con curiosità i bicchieri trasparenti che la padrona di casa aveva lasciato). Lui accettò l'abbraccio di lei con una gioia diversa, più razionale, come quella che nascostamente si vive nel ricevere un cenno di comprensione da chi ti ha capito in mezzo a tanti interlocutori lontani, e sorridendo con voce ferma disse (rivedo le sue grandi mani fare un prolungato gesto di contenimento): “Calma, calma. Con calma”. Ricordo bene questo momento, perché in quella casa vicino al mare c'ero anche io.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-456175842528730314?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/456175842528730314/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=456175842528730314' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/456175842528730314'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/456175842528730314'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2009/05/in-una-localita-di-mare-2.html' title='In una località di mare (2)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-2396099356760919854</id><published>2008-12-10T00:55:00.001-08:00</published><updated>2008-12-10T00:55:50.540-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>In una località di mare</title><content type='html'>C’è un po’ di ruggine sulle vecchie ringhiere blu che cingono il gazebo di un lido. Le hanno ridipinte due anni prima, ma la salsedine le sta già di nuovo rovinando. Alla fine di agosto, in una piccola località di mare, le famiglie vengono sempre con i ragazzi a trascorrere qualche giorno di vacanza, in attesa che le scuole ricomincino. Affittano un ombrellone e alcune sedie e sperano nell’ultimo sole estivo. Un bagnino vestito di rosso, con le unghie dei piedi molto piccole, è seduto sulla riva a controllare i bagnanti, mentre alcune signore si portano i libri sulla scogliera e stanno con i piedi nell’acqua. Parlano di figli e piatti da cucinare, di scuole e camere da letto. Quel giorno fa molto caldo. C’è un uomo di cinquant’anni, alto, molto magro e con i baffi, ha un sorriso caldo, ama la musica classica, le caramelle alla liquirizia e non mette mai i guanti, nemmeno d’inverno. Lavora tutto l’anno in una banca, lo mandano di città in città a controllare conti e sportelli. Prende aerei, treni, autobus, guida per ore la sua macchina, ma non sa andare in bicicletta: non ne ha mai avuta una, quando era piccolo la sua famiglia era molto povera, lui usciva a giocare con i suoi pochi amici per le strade di un’antica città dove c’erano tanti gatti, poi all’ora della merenda chiedeva alla madre da sotto il balcone pane e pomodoro. E la madre li preparava e li metteva in un sacchetto di carta, su cui l’olio faceva spuntare delle macchie scure ma profumate: quando usciva sul balcone, aveva una veste azzurra e lui era ancora lì sotto ad aspettare. Ad aspettarla. Ora, in questa piccola località di mare, quest’uomo si gode un gelato sotto l’ombrellone, lo mangia voracemente, come fa sempre. Ha finito di leggere il giornale, non vede più la moglie e il bambino. Ma guarda meglio gli scogli, la moglie sta parlando con un’amica, si appoggia a un cuscinetto gonfiabile per stare a galla in acqua. Sente l’eco dei loro discorsi, ma non distingue le parole. Si sente tranquillo. Il bambino è al gazebo, dove alcuni videogiochi e un vecchio flipper davanti ad alcuni tavoli in plastica bianchi sono l’attrazione principale. Accanto al gazebo c’è un piccolo bar con una veranda dove i proprietari del lido servono bibite fresche o il caffè con la panna. Ogni mattina in quel bar un uomo simpatico con l’impermeabile blu arriva, ordina e si siede vicino alla finestra. A volte guarda, altre volte, sempre seduto, scrive sul retro di alcuni volantini colorati. Viene al lido anche quando fa caldo, ma nessuno gli chiede mai perché indossi un impermeabile. Il padre sotto l’ombrellone pensa al figlio, pensa che non passa sempre molto tempo con lui, che durante l’anno lo vede solo nel fine settimana, che non sa sempre cosa faccia, cosa pensi, come cresca. Lo raggiunge al gazebo. Il piccolo ha appena finito una partita a flipper, non è molto bravo, nota spesso che certi suoi amici riescono a fare molti più punti, mentre lui perde subito. Ora, questi amici sono andati a fare il bagno, ma lui non vuole stare con loro. A volte lo prendono in giro, allora lui si sente più sicuro nel gazebo, ha notato l’uomo simpatico con l’impermeabile blu, ma non vuole disturbarlo, anche se gli fa piacere che lui ci sia. Il padre arriva, sorride nel vederlo giocare goffamente con il flipper. Vuole fare una partita anche lui, non ha mai giocato al flipper, sarebbe bello farne una con il bambino, ma ha lasciato i soldi sotto l’ombrellone. Il figlio si gira verso il padre, capisce che vorrebbe giocare con lui ma non sa come dirgli che non ha più monete. Pensa sia una occasione persa, che il padre non era mai venuto a vederlo giocare, che vorrebbe non aver già usato tutte le monete. “Ah, le hai finite?”, dice il padre, senza nascondere un leggero dispiacere. “Sì.”. Pausa. “Scusa”. Alcune lacrime di amarezza lo attraversano internamente. Il padre sorride: “Hai fatto il bagno? Andiamo da mamma?”. E il bambino segue il padre sorridendo, ma pensa che avrebbe dato qualsiasi cosa per avere un’altra moneta, in quel momento. Glielo leggevo in faccia, perché anche io ero in quel gazebo. E ho visto tutto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-2396099356760919854?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/2396099356760919854/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=2396099356760919854' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2396099356760919854'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2396099356760919854'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/12/in-una-localit-di-mare.html' title='In una località di mare'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-636996507394032968</id><published>2008-12-10T00:46:00.000-08:00</published><updated>2008-12-10T00:51:02.576-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Recensioni'/><title type='text'>Palermo shooting (Wim Wenders)</title><content type='html'>L’ultimo suo film, Wim Wenders ha deciso di andarlo a girare a Palermo, richiamandone con grande stile gli angoli, i mercati, i cortili, le piazze affollate, le grida del popolo. “Palermo shooting” è un'opera molto strana ed evocativa, piena di spunti letterari e filosofici, il cui mistero non può certo sfuggire a chi conosce questo regista. E’ la storia di un artista tedesco, maestro del design, che in patria gode di grande successo (è tra l’altro il fotografo ufficiale di Milla Jovovič, che nel film compare nel ruolo di se stessa), ma che sente un vuoto dentro di sé. Il mondo frivolo del jet set, l’inconsistenza delle sue avventure di dongiovanni, una certa tendenza alla malinconia e alla solitudine lo spingono a intraprendere un’esperienza, inizialmente di lavoro, a Palermo. Ma oltre al fascino della città siciliana, a trattenerlo qui è una catena di misteriosi incontri con un uomo incappucciato e tutto vestito di bianco, che lo sorprende con dei dardi di cui solo alla fine comprendiamo il significato: “la morte è una freccia scoccata dal futuro”, dice infatti questo fantasma dal volto di Dennis Hopper, quando incontra il protagonista in un’antica biblioteca simile alle prigioni di Piranesi. In effetti il designer e fotografo, tra le strade affollate di Palermo, aveva sorpreso la morte una prima volta con la telecamera, poi con la macchina fotografica dopo aver scansato una sua freccia. Flavia, una restauratrice interpretata da Giovanna Mezzogiorno che sta lavorando da due anni proprio a un antico affresco che rappresenta la morte, quindi l’unica a credere ai suoi vaneggiamenti, accompagna il fotografo sulla strada dell’uomo incappucciato. Il dialogo finale con la morte, che si scoprirà poi essere più preziosa di quanto si pensi, riprende in chiave moderna “Il settimo sigillo” bergmaniano, mentre la figura del viaggiatore in cerca di sensazioni ricorda John Malcovic a Portofino in un episodio di quel piccolo capolavoro che è “Par delà des nuages” di Antonioni. Una dedica importante a questi due grandi maestri, morti lo stesso giorno durante la lavorazione del film, li mette in relazione. Del tutto personale, invece, è la rielaborazione che Wenders fa del tema dell’immagine. In filosofia infatti, l’immagine è sempre legata alla morte, poiché è una rappresentazione che si sgancia dallo scorrere del tempo, non ha inizio né fine, non ha vita, ricorda l’ultima storia, la bellezza ma anche la catastrofe, è autoreferenziale. La fotografia è oggi l’immagine per antonomasia, spiega il bianco spirito Dennis Hopper, ma più di tutto ha rovinato quest’arte la comparsa del digitale, che toglie al negativo la concentrazione dell’artista, il fascino dell’invisibile, l’espressione delle ombre, ma anche il mistero del doppio: perdiamo col digitale la coscienza istantanea di essere sull’orlo di due realtà, tra le quali si oppongono forze speculari e forme rovesciate. Ora l’uomo dorme su letti giganteschi, ora si rannicchia su giacigli minuscoli, la forma e la mente non combaciano. Solo sfiorando la morte, oppure rifiutando di apprezzare la vita (il protagonista fa entrambe le esperienze), si può stare nell'aldiquà e nell'aldilà. Salvo poi conoscere e ritornare nel mondo. Come non farsi catturare da queste riflessioni e immagini sulla soglia di Wenders?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-636996507394032968?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/636996507394032968/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=636996507394032968' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/636996507394032968'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/636996507394032968'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/12/palermo-shooting-wim-wenders.html' title='Palermo shooting (Wim Wenders)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-1959074359630641026</id><published>2008-11-24T02:25:00.000-08:00</published><updated>2008-11-24T02:26:29.038-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Recensioni'/><title type='text'>"The burning plain". Il confine della solitudine</title><content type='html'>L’argentino G. Arriaga, che ha diretto questo film, è stato anche sceneggiatore di “21 grammi” e “Babel”, due lavori che ho molto apprezzato e il cui principio compositivo è l’incrocio improvviso tra storie sostanzialmente diverse, ma scaturite da un fatto marginale (la vendita di un fucile in Babel) o dall’oscuro passato di un personaggio, come in questo film. Queste storie sembrano inizialmente procedere su binari differenti, ma il loro creatore, aiutandosi con calibrati salti temporali e dosando le risposte allo spettatore, lascia delle tracce di congiunzione, lavora, cioè, su quelle che Tomaševskij definiva “motivazioni compositive”: un certo particolare non viene inserito a caso, ma tornerà utile nel prosieguo dell’opera. Čechov d’altra parte spiegava: “Se all’inizio del racconto si dice che un chiodo è conficcato nel muro, alla fine dovrà impiccarsi l’eroe”. Ecco un esempio nel film di Arriaga: al funerale del padre di Santiago, bruciato tra le braccia della sua amante (un’ottima Kim Basinger!) in una baracca dispersa vicino al confine con il Messico, il marito della donna adultera si porta i suoi quattro figli per maledire quelli dell’uomo che gli ha portato via sua moglie. Solo la figlia maggiore, quando si trova Santiago davanti, sembra volersi fermare per un attimo in più. Capiamo in quel momento che tra i due sboccerà qualcosa. Si tratta di un rapporto che nasce troppo presto, attraverso cui la ragazza cerca di liberarsi inutilmente del peso immenso di un gesto, involontario ma fatale, compiuto proprio contro la madre. Alcuni anni dopo questo accadimento (ad interpretarla ora è Charlize Theron), cerca ancora di trovare un equilibrio come responsabile di un bel ristorante, svariate e superficiali avventure con uomini diversi le portano solo disordine e desiderio di morire. La vediamo su un’alta parete rocciosa, come in un quadro di Friedrich, sulla soglia del suicidio. Poi, improvvisamente, si rifà vivo quel Santiago da cui lei aveva avuto una bambina, ma da cui era scappata per la vergogna del suo gesto. Tutto scivola così verso un avvilente lieto fine che è il tallone d’Achille di questo film. Si ha l’impressione che un epilogo così banale sia stato imposto al regista, così, invece di pensare alla fine del film, si preferisce ritornare al suo sviluppo, al confine della solitudine, alla waste land che sta nell’anima di alcuni personaggi, quel senso di vuoto che esplode improvvisamente nei loro destini come il gas distrugge lo squallido rifugio degli amanti, ma si porta dietro per anni anche le conseguenze&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-1959074359630641026?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/1959074359630641026/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=1959074359630641026' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/1959074359630641026'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/1959074359630641026'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/11/burning-plain-il-confine-della.html' title='&quot;The burning plain&quot;. Il confine della solitudine'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-5049997568830281281</id><published>2008-08-17T03:31:00.000-07:00</published><updated>2008-08-17T03:45:56.508-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Tracce del passato'/><title type='text'>La nebbia</title><content type='html'>La nebbia volteggiava misteriosa quella notte, mentre M. si aggirava per le strade con passo lento, ma costante. Era stato al teatro con gli amici, però Lei non era voluta venire; gli aveva detto che lo avrebbe aspettato a casa sua. Sì, a casa sua.&lt;br /&gt;La nebbia volteggiava ancora, sempre più misteriosa, nascondendo il sorriso di M., la nebbia cancellava i suoi passi solitari. Sì, i suoi passi solitari.&lt;br /&gt;L'allegria del locale dove M. si era fermato a bere del vino con gli amici, dopo lo spettacolo, gli aveva fatto assaporare il momento in cui l'avrebbe vista, appoggiata all'uscio del suo appartamento, i capelli legati, impaziente per la felicità di poterlo riabbracciare.&lt;br /&gt;Uscito dal locale, M. si introdusse nei tentacoli della città, accese una sigaretta per calmare l'ebbrezza e la fumò nervosamente, in brevissimo tempo. Cominciò poi a correre furiosamente, la fiamma che animava il suo sangue sorresse quella corsa fino a quando non arrivò al cancello dei giardini pubblici. Lo scavalcò agilmente e prese, fra tutte, la più bella rosa che abbelliva le siepi del giardino. Sì, proprio la più bella.&lt;br /&gt;La casa di Lei era ormai vicinissima e quando la scorse da lontano, si sentì un po' stanco. C'era una strana luce che proveniva da una finestra del suo appartamento. Sì, una strana luce.&lt;br /&gt;M. si avvicinò con passo lento e incostante, stringendo la rosa tra le mani, sorridente. E la nebbia volteggiava misteriosa quella notte. Sì, proprio quella notte.&lt;br /&gt;M. si avvicinò alla finestra. E vide tutto.&lt;br /&gt;La rosa che stringeva tra le mani restò sul davanzale di quella finestra; quando la pioggia la bombardò, riducendola a un umile stelo, M. era già lontanissimo.&lt;br /&gt;Avrebbe camminato a lungo quella notte, la pioggia non lo avrebbe sconfitto e nessuna luce avrebbe sciolto la nebbia, che continuava a volteggiare misteriosamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;Estate 1994&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-5049997568830281281?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/5049997568830281281/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=5049997568830281281' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5049997568830281281'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5049997568830281281'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/08/la-nebbia.html' title='La nebbia'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-2629431659784357321</id><published>2008-06-16T01:40:00.000-07:00</published><updated>2008-06-16T01:45:02.106-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cinema'/><title type='text'>"Il divo" (Paolo Sorrentino)</title><content type='html'>Grande soddisfazione ho provato nel vedere il nuovo film di Sorrentino, che propone in una ricostruzione affascinante e ricca di raffinate pennellate da visionario del cinema, l’ultimo periodo della carriera di Giulio Andreotti, da quando ricevette l’incarico di formare il suo VII e ultimo Gabinetto fino ai giorni meno gloriosi dei processi che subì per l’incriminazione di mafia, all’inizio del nuovo secolo. Il glossario all’inizio del lungometraggio, le didascalie rosse e una narrazione asciutta dei fatti accaduti in questo ventennio, intrapresa senza lasciare sottintesi, rendono il lavoro particolarmente appetibile anche ai giovanissimi che hanno vissuto l’epoca di Andreotti solo per sentito dire. Il film però si concentra più che altro sulla sua figura di uomo, o meglio sugli slanci controllati, i sorrisi, gli amori irrealizzati, gli sguardi incuriositi che guizzano, rari e speciali, da questa grande figura di statista, tra le gelide parole della sua tagliente ironia. Come fa Sorrentino a darci il ritratto di un “uomo”, più che di un “politico”? Attribuisce a uno dei personaggi più potenti della nostra storia, a un indistruttibile, delle piccole debolezze e le trasforma in metafore continuate all’interno del testo cinematografico: Andreotti è ad esempio tormentato da un continuo mal di testa (come, ne sono sicuro, il Ponzio Pilato di Bulgakov), anela disperatamente, ma invano, alla reintroduzione di un farmaco che glielo possa alleviare, il Tedax, ma in assenza di questo beve continuamente aspirine. Ciò accade tutte le volte in cui deve ingoiare un boccone amaro, cancellarlo nel suo stomaco e non farlo trapelare: bella la scena in cui anche i membri della sua famiglia, nei giorni amari in cui si aprono i processi per mafia, seduti a un tavolo pasteggiano con una compressa sciolta nell’acqua. “Dobbiamo anche fare il male, per assicurare il bene del nostro popolo”, dice Giulio Andreotti nella scena in cui immagina di sfogarsi. Ed è l’unico momento di debolezza completa, un fiume in piena, immaginato come un monologo da palcoscenico, sotto i riflettori che non hanno tuttavia mai messo in imbarazzo questo uomo di ferro. La moglie, magistralmente interpretata da Anna Bonaiuti (ma non certo minore è la bravura di Servillo nell’impersonare il senatore), è l’unica che riesce a fare breccia nel “presidente del consiglio”, mentre tutti gli altri personaggi di cui si circonda, da Cirino Pomicino a Ciarrapico, non sono che “il concime di cui gli alberi hanno bisogno per crescere”. Scene memorabili: la corsa con scivolata di Cirino Pomicino, lo skateboard in transatlantico, la rappresentazione della morte di Falcone (lo stato è una macchina già distrutta, ancora prima di cadere), il bacio a Totò Riina, la telefonata alla moglie da Mosca. Mi è piaciuto pensare, uscendo dall’Odeon e parlando con Cinzia, Stefano e Jenny, che quando ero più giovane e non leggevo i giornali, ma pensavo e parlavo per slogan, Andreotti non aveva per me quel fascino (certo anche macabro) che questo film gli restituisce pienamente e che un po’ ci fa pensare al protagonista di un altro film di Sorrentino, le “Conseguenze dell’amore”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-2629431659784357321?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/2629431659784357321/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=2629431659784357321' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2629431659784357321'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2629431659784357321'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/06/il-divo-paolo-sorrentino.html' title='&quot;Il divo&quot; (Paolo Sorrentino)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-2262261216535743022</id><published>2008-06-07T02:01:00.000-07:00</published><updated>2008-06-11T23:55:52.814-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>Su un marciapiede</title><content type='html'>Una madre e un camminano insieme, sul marciapiede che costeggia una grande curva in una piccola città di provincia. Lei è stanca, affaticata dal caldo e dalle buste della spesa di cui lui fa finta di non accorgersi. Sta pensando cosa preparare, ma soprattutto che suo figlio sta crescendo, che alcune volte ultimamente ha anche indossato una cravatta, che un giorno dovrà andare via, che lo vede triste. Mentre lei cammina lungo il marciapiede, passando accanto al piccolo monumento dei caduti, lui che la segue da dietro con la testa china, vorrebbe andare a casa, staccarsi da lei e tornare nel suo mondo, a pensare ai suoi progetti, al suo futuro di viaggiatore, ma anche alle frustrazioni della propria vita, la mancanza di lavoro, la stanchezza per gli studi che si prolungano e una ragazza a cui è convinto di non poter piacere. Ha caldo perché indossa una giacca troppo pesante, non ha voglia di parlare: parla pochissimo lui, preferisce che la gente capisca che non sta bene, piuttosto che dirlo. Preferisce corrugare la fronte e trasmettere il proprio dispiacere, piuttosto che urlare e sfogarsi. La madre ogni tanto si gira e lo guarda, appesantita dalle borse di plastica bianche e verdi, dalla cose che ancora dovrà fare. Ora bisogna andare a comprare il pane, ma ci sono alcune centinaia di metri fino al panificio: con le buste della spesa piene, sotto un caldo soffocante e vicino a macchine grandi che passano veloci sull’asfalto bollente. Lui si ferma, vuole andare a casa, sa di darle un dispiacere facendo così. Vuole provocarla, ferirla, in quel momento non conosce altri modi per comunicare: “Senti non ho voglia, te l’ho detto, vacci tu, perché devo venire anche io?” E poi si gira, scocciato, per andare verso casa, nella direzione opposta. Ma sente una voce rotta dalla fatica e dal dispiacere rispondergli subito, come per non lasciarlo scappare: “Ti prego, vieni anche tu”. In quelle parole della madre c’è anche una sfumatura di disperata comprensione, che lui non percepisce subito. Però si volta e la guarda: lei è ferma, stanca e indifesa, le buste della spesa molto pesanti, il respiro veloce, ha le mani occupate e non può aggiustarsi gli occhiali che scivolano sul naso, mentre con gli occhi gli ripete quelle parole: “Ti prego, vieni anche tu”. E’ un attimo lunghissimo, lui la guarda e viene folgorato da un improvviso senso di colpa: sì, perché in fondo, anche se non gliel’ha mai detto, gli è sempre piaciuto andare con lei a scegliere i panini da mettere a tavola, entrare in quel negozio dopo aver infilato le mani nella vecchia tenda a strisce di plastica blu, salutare l’uomo simpatico con l’impermeabile blu che sta sempre vicino alla cassa, farsi inebriare da quell’antica cortesia che la panettiera riserva ai clienti speciali, sentire l’odore dei pezzi di focaccia calda ammassati dietro al vetro e guardare subito dopo il sorriso e il cenno di comprensione della madre, vedere sul suo volto quella semplicità che precede un atto di sacrificio. E il perdono. Madre e figlio: li ho visti un giorno in cui anche io ero su quel marciapiede.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-2262261216535743022?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/2262261216535743022/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=2262261216535743022' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2262261216535743022'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2262261216535743022'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/06/su-un-marciapiede.html' title='Su un marciapiede'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-3277098394527069857</id><published>2008-05-17T02:07:00.000-07:00</published><updated>2008-05-19T01:28:16.876-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>Da un treno</title><content type='html'>Sul terzo binario il treno sta per partire. Un ragazzo con gli occhiali guarda fuori dall’interno del suo scompartimento. Ha appena posato la valigia sulla mensola che sta sopra i sedili, si è guardato intorno: nello scompartimento, oltre a un insopportabile odore di disinfettante, c’è un profumo di arancio. E poi silenzio. Solo un altro uomo: un anziano con una giacca di velluto vecchia e una camicia beige, che sta maneggiando una piccola radio con delle cuffie nere. Ha baffi bianchi, la barba del giorno prima, da lui arriva un odore non gradevole, ma intimo, di casa, forse dato dai vestiti, forse dalle sue mani callose e ingiallite dalla buccia d’arancia. Il ragazzo non lo guarda: dalla valigia ha estratto un libro, lo poggia sul sedile e si accomoda accanto al finestrino. Sta ripartendo per il nord, ha trascorso due giorni in una piccola città sul mare, in compagnia di una donna che non ama. Si incontrano tutti i mesi in una città diversa, lei lo aspetta alla stazione e lo accompagna al treno il giorno dopo, aspettando il successivo che parte per la sua città: non vuole perdersi un solo minuto della sua presenza. Cerca sempre di sorridere, ma ha un volto mesto, è tesa, lo guarda di continuo, rapita e innamorata, ma non si sente accettata: nella camera d’albergo, sotto le coperte, i due si sussurrano parole che sembrano vere, con lacrime femminili di dolore per una verità celata. Lei lo ringrazia, non dice mai di no. Poi di sera escono dalla camera, cenano in sonnacchiose trattorie, vanno a passeggiare, lui parla liberamente, guarda altre ragazze senza pensare a come si senta lei. Né lei, che percepisce di non essere piacente, si sente di rimproverarlo per questo. Vorrebbe, ma teme di provocare il suo fastidio, di sentirsi disarmata se lui le dice: “E perché non dovrei farlo? Non siamo mica insieme”. Ora lui è sul treno, l’odore di buccia d’arancia si fa ancora più denso: pensa a quando era piccolo e l’anziana dirimpettaia lo chiamava il pomeriggio alle due, sotto un sole battente lo invitava in quella vecchia casa che lui non amava, lo faceva sedere in quella cucina molto piccola e gli sbucciava un’arancia. Lo spruzzo che partiva dalla buccia e si diffondeva nell’aria mescolandosi alla polvere gli era sempre piaciuto. Poi gli regalava della liquirizia prima che andasse via, prendendola sempre da un vecchio barattolo in latta che stava sulla credenza della cucina. E prima di uscire, sulla soglia, mentre la vicina chiudeva il barattolo con la liquirizia, lui incontrava spesso quell’uomo simpatico con l’impermeabile blu: lo salutava sempre, ma lui non rispondeva. Ora, in quel treno, l’odore di arancia si mischia all’amarezza di una storia già finita. Fuori dal treno, sul binario, in piedi vicino alla panchina e alla macchina per timbrare i biglietti, lei guarda l’entrata del vagone. Piange, non ce la fa più a nascondersi. Lui la guarda, le fa un cenno di saluto. Ma lei non vuole guardarlo. Continua a piangere. Dignitosamente, guardando fissa la placca di metallo sul vagone sotto il primo finestrino e il simbolo della seconda classe. E mentre il treno parte lasciandosi dietro le lacrime di lei, improvvisamente appare una luce e lui, che ha guardato passare dal finestrino una ragazza che non si sentiva accettata, pensa per un attimo che non l’ha mai vista così bella come in quel momento. Questo lo so, perché anche io ero su quel treno.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-3277098394527069857?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/3277098394527069857/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=3277098394527069857' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/3277098394527069857'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/3277098394527069857'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/05/da-un-treno.html' title='Da un treno'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-9076922853142285696</id><published>2008-05-12T00:13:00.000-07:00</published><updated>2008-05-12T00:23:13.571-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>In un bar</title><content type='html'>L’avvocato ha una cravatta azzurra, una camicia bianca sotto l’abito gessato, dei capelli grigi e leggermente mossi, una borsa di pelle nera in cui sono ordinate in apposite buste di plastica colorate un certo numero di pratiche. Usa piccole mollette a forma di animale per tenerle chiuse, le compra solo nei suoi viaggi all’estero. Una volta un magistrato gli ha chiesto il perché, ma lui non lo sapeva spiegare: ci ha pensato davanti a lui con lo sguardo spento, tanto che l’altro ha dovuto subito cambiare discorso per paura di averlo turbato. L’avvocato ha occhiali trasparenti, un sorriso ovvio e manifesto stampato sul volto olivastro. E’ alto, fuma una sigaretta fuori dal bar, mentre parla gesticola e ride, poi sorride e butta la sigaretta. Con garbo la spegne col piede, poi di fretta entra nel bar, seguito dai suoi colleghi e assistenti. E’ una buona giornata per l’avvocato, questa mattina la moglie non si è svegliata con lui, perché è ad Amsterdam per una causa e starà via per qualche giorno. Il risveglio senza di lei ha il sapore di un’avventura nuova. L’oroscopo delle sette e trentuno, sussurrato dalla radiosveglia, sembrerebbe favorevole: “cancro, una grande novità vi aspetta prima di mezzogiorno, ma dovrete riconoscerla”. Poi una telefonata che alle nove e diciassette lo distrae dai suoi impegni di lavoro, proprio mentre si appresta a dare un’ultima occhiata alla pratica della busta di plastica verde: “Ti prego, non abbandonarmi, sono tre giorni che non mangio. Sì, tre giorni che non mangio. Sai cosa vuol dire?” Ora sono le dieci, l’avvocato sorride, i suoi colleghi lo guardano ammirati. Lui si dice per un attimo che questo è bello, che è meglio ogni tanto non pensare alle cose che stanno in fondo al mare, che non bisogna cercarle, ma solo nuotare in superficie, sorridendo, senza mettere la testa in acqua. Non sa se è proprio questo che quel giorno cercava di dirgli l’uomo simpatico con l’impermeabile blu. Sono giorni che ci pensa. Ma la vita va avanti. Conta mentalmente fino a cinque, si carica, entra nel bar. Qui c’è una coppia che fa colazione, lui sta girando il suo cappuccino, lei sta ancora scegliendo il cornetto; poi c’è un uomo cupo, con i capelli neri a caschetto e una camicia a quadretti, che legge un quotidiano distrattamente, seduto vicino al frigorifero dei gelati; al tavolo vicino c’è una donna sola, molto bella, con un trucco pesante e delle scarpe nuove, che guarda l’orologio e sta per piangere; vicino al bancone c’è un uomo anziano estremamente elegante e profumato, legge la prima pagina del quotidiano e non ha fame. “Avvocato, buongiorno! Il solito per lei?” L’avvocato pensa che è ora di dare un “segno più” alla giornata. Poi ad alta voce, in modo che tutti nel bar sentano: “Ciao Michele. Dunque per me, un cappuccino. Ai miei amici fai ciò che vogliono, ma fallo un po’ meno buono di quello che fai a me. Hai capito? Il mio cappuccino deve essere un po’ più buono di quello dei miei amici”. Sorride. Si sente bellissimo. Questa frase anima tutti: gli amici ridono e non smettono di guardarlo ammirati, il ragazzo che girava il cappuccino guarda la ragazza e con un’espressione di intesa le sorride, la donna sola non piangerà, l’uomo seduto a leggere si gira e saluta l’avvocato con la mano, l’uomo elegante chiude il giornale per un attimo: guarda distrattamente le tazzine tutte ordinate, una sopra l’altra, sulla macchina del caffè, pensando che ci deve pur essere un motivo se sono tre giorni che sua figlia non mangia. Pensa proprio questo, io lo so. Perché anche io ero in quel bar.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-9076922853142285696?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/9076922853142285696/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=9076922853142285696' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/9076922853142285696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/9076922853142285696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/05/in-un-bar.html' title='In un bar'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-5127426085985348718</id><published>2008-05-05T23:43:00.000-07:00</published><updated>2008-05-05T23:45:09.741-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>In un castello</title><content type='html'>La principessa è stanca, stanchissima, gli occhi le si chiudono in continuazione, cerca di stare sveglia e appoggia la tazza alla guancia destra come se fosse un cuscino. Gli occhi aperti a fatica ancora le brillano, ma si chiudono subito dopo ogni sbadiglio. Si addormenta per un attimo, poi si desta, chiede scusa. Il re la osserva, con tenerezza, seduto di fronte a lei. C’è una rosa in un vaso di cristallo, sul tavolo, in mezzo a loro. C’è anche del cibo, poi del vino, una candela, un libro. “Mi racconti una storia prima che mi addormenti?”, chiede la principessa. Il re la porta nella camera, aspetta che lei da sola si metta sotto le coperte, lui le si siede accanto, afferra le coperte e le chiude sopra di lei, lasciando scoperto solo il viso. E mentre lei si sfrega i piedi per riscaldarli, lui comincia ad accarezzarla piano, sulla guancia, poi la fronte, sopra l’occhio, poi i capelli. La principessa è stanca, stanchissima. Il re le dice di non aver paura. C’è un lampadario sopra il letto, la luce è spenta, alcune farfalle volano nei paraggi. “Ora verranno”, dice il re. “Chi?”, chiede la principessa. “Verranno i tuoi piccoli arcieri, saliranno sul lampadario e getteranno una rete di cristallo. Per difenderti dagli spiriti della notte”. Il re guarda il lampadario, poi il viso della principessa, gli occhi chiusi. “Non devi aprirli, perché altrimenti gli arcieri non usciranno. Si vergognano di farsi vedere da te, perché sono umili. Tu non li vedi, ma loro ti difendono sempre”. La principessa sorride, gli occhi chiusi. Il re sussurra degli ordini agli arcieri, intorno alla camera, dice loro che dopo il suo bacio possono gettare la rete di cristallo. Dice loro di stare attenti, di non addormentarsi, di spaventare gli spiriti maligni se questi si affacciano. Perché la principessa deve dormire tranquilla, deve svegliarsi felice. Il mondo altrimenti ripiomberà nel disordine, la terra diventerà desolata. Il re bacia la principessa sulla fronte, gli arcieri gettano la rete di cristallo, la principessa già dorme. Serena. Gli spiriti maligni non verranno questa notte. Anche il re ora è stanco, ma torna vicino al tavolo. Guarda la rosa. Pensa che se quel giorno, tanto tempo prima, non avesse risposto all’uomo simpatico con l’impermeabile blu, la principessa non avrebbe mai sorriso. Guarda ancora la rosa. Non ci sono più i contorni. Il re appoggia la testa al muro e si lascia andare ai suoi pensieri. Ha gli occhi stanchi anche lui. Io l'ho visto, perché c'ero anche io in quel castello.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-5127426085985348718?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/5127426085985348718/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=5127426085985348718' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5127426085985348718'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5127426085985348718'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/05/in-un-castello.html' title='In un castello'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-2258716324144056451</id><published>2008-04-28T00:20:00.000-07:00</published><updated>2008-04-28T00:24:29.640-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>In un'edicola</title><content type='html'>Il venditore di giornali è seduto all’interno del suo chiosco e si gode un inizio di calura estiva. Non c’è nessuno per strada, ma lui ha voglia di parlare, porta un vecchio maglione verde, forse fa troppo caldo, ma non vuole toglierlo. Vuole stare seduto. E basta. Pensa a sua figlia, scontrosa, che non è andata a scuola, alle sigarette che ha visto nella sua borsetta. Al fatto che forse gliele ha fatte vedere apposta, per indurlo a una reazione, a sgridarla. Al fatto che lui non sa sgridarla. Pensa alla moglie che ultimamente non è più mattiniera, che ha voglia di rimanere a letto, che fa finta di dormire, ma in realtà si prepara a desiderare cose nuove, mentre lui si veste per uscire prestissimo, all’alba. E apre il chiosco, quando la luna non è ancora scomparsa e i lembi di plastica dei cestini dell’immondizia sbattono al vento. Ora sono le due del pomeriggio, si sentono dalle finestre delle case i rumori delle posate che urtano sui piatti. Il venditore di giornali vuole stare seduto. E basta. In quest’edicola di un’antica città del sud, non lontano da una piccola stazione ferroviaria, entra una donna vestita di bianco. Dietro c’è un uomo. Lei è bellissima. Lunghi capelli lisci, neri, semplici ma molto curati. Ha un braccio ingessato, il destro, lo porta appeso a un elegante foulard viola che le scende legato al collo. Gli occhiali da sole posati sulla fronte scoprono uno sguardo caldo, un sorriso sereno. Il suo profumo leggerissimo, che non invade ma colpisce, si spande tra i quotidiani e le riviste di enigmistica. Il venditore la guarda. Il suo sguardo non può essere discreto, perché tra poco quella donna se ne andrà, lui non la rivedrà più, non vuole perdersi nemmeno un secondo della sua presenza. L’uomo è dietro, ha un abbigliamento sportivo, occhiali da vista che ha appena tolto per leggere meglio la copertina di un libro. Ha il viso un po’ contratto, è distratto, mentre legge il titolo di quel romanzo, pensa all’uomo alto che ha visto il giorno prima, ubriaco, con un mazzo di fiori stretto nella destra tremante, pensa alla storia che gli ha raccontato. Lei si gira verso di lui, lo sfiora con la mano sinistra, lo chiama perché gli vuole mostrare delle cartoline: “Compriamone una, la inviamo a mia sorella”. Il venditore vede quel gesto con la mano e si anima. Sorride per un attimo. Vorrebbe forse essere altrove, pensa che se tanti anni prima avesse risposto in maniera diversa a quell’uomo simpatico con l’impermeabile blu, la sua vita sarebbe ora diversa, non tra pareti di carta, in attesa di un fuoco nuovo. L’uomo si avvicina per pagare, mostra la cartolina: “Quanto le devo per questa?”. “Venti centesimi… No aspetti, questi sono cinquanta”. “Ah, mi scusi”, dice l’uomo, “sono un po’ distratto”. Il venditore gli sorride, sceglie il momento giusto: “Lei è troppo innamorato!”. La donna, che intanto guardava altre cartoline, si gira subito verso di lui, sorride e lo guarda con gentilezza, poi, voltandosi verso l’uomo, lo prende ancora per mano, vorrebbe abbracciarlo, ma con il braccio ingessato è difficile. Allora si appoggia con la testa a lui, che piega un angolo della bocca e dice all’edicolante: “Lei ha ragione. Lei ha proprio ragione”. In quel momento vidi gli occhi del venditore farsi leggermente lucidi. Solo leggermente. Sì, perché anche io ero lì, in quell’edicola. E ho visto tutto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-2258716324144056451?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/2258716324144056451/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=2258716324144056451' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2258716324144056451'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2258716324144056451'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/04/in-unedicola.html' title='In un&apos;edicola'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-4914987362625169898</id><published>2008-04-21T23:31:00.000-07:00</published><updated>2008-04-21T23:34:27.521-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>In una casa</title><content type='html'>“Scrivi solo cazzate! L’ho sempre pensato, ma non te l’ho mai detto. Perché credevo di amarti”. Lo dice furente, arrabbiata, delusa. Non riesce più a trattenersi. Lui è arrivato con un mazzo di fiori, in bocca un retrogusto di vino, fa finta di essere felice, è volenteroso. Dieci minuti prima lei si stava guardando allo specchio, vicino all’ingresso dell’appartamento. Da quando non lo ama più, la gentilezza di lui si trasforma in sgarbo, le sue carezze in schiaffi, i baci in morsi, i fiori in pezzi di plastica colorati con il sangue. “Scrivi solo cazzate! L’ho sempre pensato, ma non te l’ho mai detto. Perché credevo di amarti”. Lui percepisce queste parole come sorsi di veleno, gli fa male il fegato da alcuni giorni, ha smesso di mangiare perché lei è fredda, ha smesso di fare ricerche e scrivere perché non ha voglia di stare meglio, perché ha solo bisogno di lei. Ora è sudato, ha corso in fretta le scale per arrivare in tempo. Perché i fiori non possono aspettare. Lei non piange mentre gli sputa veleno addosso, lui vorrebbe, ripensa a una prima volta. Era in un grande atrio, in un’università nuova, in Oriente: alcuni colleghi si avvicinano a lui, vedendolo arrivare. Una vecchia professoressa che non lo conosce è tra questi, lo chiama mentre lui gira lo zucchero in un bicchiere di tè: “Così giovane e già così bravo”. Avrebbe pianto nel bagno della facoltà dieci minuti dopo, ripensando a come tutte le frustrazioni del passato si possano trasformare in momenti di luce fulminante. Ora però, tra le mura di quell’appartamento, tutto è diverso: “Scrivi solo cazzate! L’ho sempre pensato, ma non te l’ho mai detto. Perché credevo di amarti”. Smette di sudare, di parlare, è alto uno e novanta, in quel momento si stupisce di pensare una cosa stupida: “chissà se le lacrime di un uomo alto come me sono più grandi di quelle di un uomo di altezza normale”. Poi mette i fiori sul tavolo, lei è girata verso i pensili bianchi della cucina. Fuma. Lui, senza guardarla, si volta, tiene la testa chinata, va verso la porta. Ma non esiste una porta. Non esistono le mura. Non esiste più niente di solido. Per lui è solo il vuoto. Questo lo so. Perché c’ero anche io quel giorno. E ho visto tutto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-4914987362625169898?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/4914987362625169898/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=4914987362625169898' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/4914987362625169898'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/4914987362625169898'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/04/in-una-casa.html' title='In una casa'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-4437173964889165267</id><published>2008-04-10T02:15:00.000-07:00</published><updated>2008-04-10T02:16:31.648-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Dediche'/><title type='text'>A Francesco, Giuseppe, Stefano, Valerio</title><content type='html'>Ho provato dolore, un forte dolore fisico nell’andarmene da casa Br., prendendo le ultime cose mentre voi mi guardavate increduli. Ieri trascinavo la mia valigia per il quartiere Libertà in lacrime, con un nodo in gola, riportandomi dietro le parole di gratitudine e affetto che non vi ho mai detto. Ci provo ora. Nella mia valigia che rotolava per l’ultima volta sul marciapiede di via Putignani, c’erano: il mio piatto bianco quadrato, i vassoi in plastica, il tappeto colorato, la spugna verde per la doccia, l’oliera, il filtro per la tisana, il pentolino per scaldare l’acqua, i miei strofinacci, il piccolo televisore arancione con l’antenna scocciata (mi perdonerete mai per averlo rotto?), le bellissime conversazioni su cinema e letteratura con Stefano e il suo garbo esemplare, il buongiorno urlato di Dj Vale e la sua magica padella antiaderente, la suoneria del cellulare di Don Giuseppe e la sua “rocciosa” felpa viola, la console dell’avvocato e la sua affascinante loquela forense. Se mi dovessero chiedere cosa sia la nostalgia, ora risponderei che è il momento in cui mi sono reso conto che non vedo più queste cose; se mi chiedessero che cosa sia l’affetto, penserei a chi mi circondava con queste cose; se mi chiedessero cosa sia la felicità, penserei a queste cose. Grazie di tutto, ragazzi, quando sono arrivato a Bari non avevo nessuno: in questi due anni siete stati la mia famiglia. Non cambiate mai.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-4437173964889165267?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/4437173964889165267/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=4437173964889165267' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/4437173964889165267'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/4437173964889165267'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/04/francesco-giuseppe-stefano-valerio.html' title='A Francesco, Giuseppe, Stefano, Valerio'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-1266247716046086631</id><published>2008-03-22T07:36:00.000-07:00</published><updated>2008-03-23T09:45:28.222-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>All'aeroporto (2)</title><content type='html'>C'è tanta gente che aspetta, come me, in aeroporto. Chi è atterrato, ha preso il bagaglio, esce dalla porta degli arrivi e si guarda in giro, in attesa di scorgere la persona che deve incontrare. Alcuni incontrano subito questa persona, altri guardano pur sapendo che nessuno è venuto, altri ancora si rallegrano di una presenza inaspettata. Una ragazza mora, bellissima, capelli lunghi e lisci, un paio di jeans e di stivali portati con eleganza, un maglione sportivo blu, è appoggiata alla ringhiera che sta davanti alla porta a vetri scorrevole da cui escono i viaggiatori. Ha le braccia conserte, come per ripararsi da un freddo che non c'è. Attende qualcuno che le porterà calore. Ha gli occhi inchiodati su quella porta, da cui esce un ragazzo molto alto, anche lui molto bello, con un lungo impermeabile beige, una valigetta in pelle morbida, giacca, cravatta, ma incedere sportivo. Un paio di Clarks. La vede prima di superare la porta, subito, fa cadere la valigetta, ma lo fa con uno straordinario self control. Apre le braccia e lei vi si getta, ma con calma, come per far capire che è una scena accaduta più volte, che questo momento va vissuto piano. Lui la accarezza e la bacia con sobrietà, le sussurra qualcosa, lei è abbandonata. Lui riprende la valigetta, la abbraccia e non parla più. Mentre i due si allontanano da lì, io che li guardavo pensai che l'egoismo in quelle persone non esisteva, che avrei voluto essere l'autista della loro macchina, un soprammobile della loro casa, che la mia solitudine era pesante, che volevo portarmi a casa un po' di quell'atmosfera che avevano creato in mezzo a tanta gente che sbuffava, una luce improvvisa. Anche io ero lì, quella sera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-1266247716046086631?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/1266247716046086631/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=1266247716046086631' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/1266247716046086631'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/1266247716046086631'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/03/allaeroporto-2.html' title='All&apos;aeroporto (2)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-8076110598284231494</id><published>2008-02-26T06:16:00.000-08:00</published><updated>2008-02-26T06:56:18.805-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='teatro'/><title type='text'>"Anna Karenina" di Nekrosius</title><content type='html'>"Se vuoi che la tua ragazza ti lasci, portala a vedere lo spettacolo di Nekrosius. Dura cinque ore", mi dice scherzando la collega V.R. E' vero: cinque ore, ma se anche fossero state sei, io e Cinzia saremmo rimasti probabilmente seduti a lasciarci affascinare dalle visioni di questo regista lituano, classe 1952, che da alcuni anni domina la scena teatrale internazionale con spettacoli ad altissimo contenuto simbolico, tratti spesso dalla letteratura russa. Molto lunghi, certo, ma perché intensi, profondi, intrisi di una personale e altissima rielaborazione artistica del testo letterario. Vedendo Anna Karenina, ho ripensato a tutte le volte in cui si dice con un po' troppa leggerezza che "certi romanzi dell'Ottocento sono immortali". Ho letto tre volte Anna Karenina, uno dei miei romanzi preferiti. In assoluto. Lo sanno anche i miei studenti. Ammetto tuttavia che qui, dalla dimensione 2008, si possa restare lontani dal mondo dell'aristocrazia russa dell'Ottocento dipinto da Tolstoj, dalle convenzioni, i ruoli, la quotidianità dei personaggi che vivono le loro passioni in una continua esigenza di dominio di se stessi di fronte al pubblico. Invece Eimuntas Nekrosius mette in scena le nevrosi che potremmo riscontrare nella nostra esistenza, ma non vedere tra le pagine di Tolstoj: persino Stiva, lo scialbo fratello di Anna, appare come un burattino impazzito. Il lento declino di Anna è marcato dal tempo: orologi rotolano sul palco, in guisa di treni, per simboleggiare la caducità della passione, il tormento della solitudine, la falsità dei giudizi della società, mentre giochi di specchi e cornici ci portano tra i gironi infernali attraverso cui Anna sprofonda fino al suicidio (geniale la rappresentazione del treno che la investe). Tra le urla di tutti coloro che le stanno attorno (Karenin compreso!), ma che non possono capirla. Bellissimo il momento dei due celebri monologhi di Anna, l'attrice Mascia Musy si abbandona a uno "stream of consciousness" straziante, l'anima della protagonista lascia il suo corpo, si mette nelle mani di uno strano personaggio, un uomo basso e cattivo (l'incubo di Fussli? la "nedotykomka" di Sologub?) che ne rappresenta l'inconscio e che appare come un imprendibile demonietto sulla scena per svolgere vari ruoli. Questo straordinario spettacolo è un viaggio visionario tra le ombre di un'eroina classica, che però fa sentire l'eco del suo dolore fino alle piazze del XXI secolo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-8076110598284231494?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/8076110598284231494/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=8076110598284231494' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/8076110598284231494'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/8076110598284231494'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/02/anna-karenina-di-nekrosius.html' title='&quot;Anna Karenina&quot; di Nekrosius'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-7821499161463327661</id><published>2008-02-19T01:06:00.000-08:00</published><updated>2008-02-19T01:07:20.553-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cinema'/><title type='text'>13.02.08: "Caos calmo"</title><content type='html'>Caos calmo è un ossimoro, un’espressione composta da due elementi semanticamente opposti. Si riferisce a tutte quelle volte in cui vorremmo fare una cosa, perché ce l’abbiamo dentro, ma poi, fuori, nel mondo dove tutto deve essere “normale”, ne facciamo un’altra: vorremmo dire un sì che ci farebbe felici, ma diciamo no per educazione e rispetto; vorremmo realizzare un desiderio che è lì, a portata di mano, ma lo rimandiamo perché non c’è tempo; vorremmo esprimere il nostro affetto, ma siamo in pubblico o c’è qualcuno che ci guarda. Oppure vorremmo piangere, perché è morta una persona, ma la disperazione non distrugge il nostro apparente equilibrio. Vi è mai capitato di essere freddi di fronte alla morte, di stupirvi di non provare emozioni mentre attorno a voi tutti piangono, e quindi di sperare di poter piangere, di sforzarsi di farlo? Nanni Moretti trasmette proprio questo interrogativo nella scena di “Caos calmo” in cui piange, verso la fine. In questo bel film, in cui è evidente che egli non ha solo il ruolo di protagonista, ma che ogni tanto ha divagato dietro la macchina da presa con Grimaldi, Moretti, coadiuvato da ottimi attori come Silvio Orlando e Isabella Ferrari, ci guida verso il tema dell’elaborazione del lutto, già peraltro trattato nella “Stanza del figlio”. Qui però muore la moglie del protagonista, che resta da solo con la figlia piccola e tutta una serie di parenti, amici e colleghi che, ci si rende conto, hanno problemi maggiori dei suoi poiché si sono imbarcati verso una quotidianità ansiosa ed estrema, lontani ormai da quella soglia dentro cui, invece, lui rientra. Vogliono parlare con lui, ma non di lui. La sofferenza del vedovo Moretti invece si sviluppa secondo un percorso tutto particolare, lungo il quale si fa spazio il motivo dell’isola. Egli si dimentica del lavoro, si piazza tutte le mattine nel parco di fronte alla scuola elementare della figlia e l’aspetta, sviluppando però un’energia centripeta (Pareyson direbbe una “intelligenza positiva”) che attrae tutti gli altri personaggi verso la sua panchina. Mentre la sua storia finisce sui giornali, tutti gli fanno visita su quest’isola-parco: cognate incinte di uomini sbagliati, colleghi di lavoro menzogneri e con mogli squilibrate, amiche, donne e ragazze attratte in modi diversi da lui, persino il direttore (Roman Polanski!) di una grande società che si sta fondendo con la sua. Nessuno sembra scomporre la sua calma, il caos che egli ha dentro trova difficilmente espressione e questo apparente freddo equilibrio rischia di trasmettersi anche alla bambina. In questo film c’è molto di Moretti anche nella scena di sesso che tanto ha fatto parlare: bella perché realistica, vera, e per questo perturbativa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-7821499161463327661?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/7821499161463327661/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=7821499161463327661' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/7821499161463327661'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/7821499161463327661'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/02/130208-caos-calmo.html' title='13.02.08: &quot;Caos calmo&quot;'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-4876122551601037202</id><published>2008-02-04T01:53:00.000-08:00</published><updated>2008-02-04T02:01:31.257-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cinema'/><title type='text'>31 gennaio 2008: "Le vite degli altri"</title><content type='html'>Tra le iniziative dell’UDU (Unione degli Universitari di Bari) vi è quella, graditissima, di organizzare rassegne cinematografiche. Nell’ultimo ciclo di film hanno previsto “Le vite degli altri”, che non ha bisogno di presentazione e se ne ha, si potrebbero usare le parole che l’amico e collega F.C. mi ha sussurrato ottanta secondi dopo l’inizio della proiezione: “Si vede subito che è un film bellissimo”. Un euro a testa, il Nuovo Splendor è pieno, alcuni ragazzi sono per terra, io Cinzia, Lina, Francesco I e II ci mettiamo alla ricerca di un posto, sembra di essere in famiglia: c’è tutta la facoltà. Il piacere di stare in casa e di vedere altrove i volti che incontri al lavoro. “Le vite degli altri” è un film sul tema del “grande benefattore”, o grande fratello, ormai attualissimo anche nelle democrazie che si sono da alcuni anni emancipate dal Socialismo. Nel 1984, nella Germania Orientale di Honecker, la polizia di stato ha il compito di “assicurare la felicità” dei cittadini, spiandoli senza pudore per isolare e punire i disobbedienti o quelli che sono in odore di dissidenza. Tra questi potrebbe esserci Georg Dreymann (nome in codice Lazlo), uno scrittore di teatro che, pur senza convinzione, si è allineato al regime. La fidanzata, bellissima, è la più quotata interprete delle sue opere teatrali. A spiarli, su ordine di un meschino ministro che vuole incastrare Dreymann e approfittare della donna, c’è il vero protagonista di questa storia, un poliziotto incorruttibile, nella cui vita sembra non esserci altro che il lavoro e il servizio alla patria. Lo squallore caratterizza ogni lato della sua esistenza di esecutore: guardate per convincervi i mobili posticci della sua casa (li potevate vedere uguali in tutti i paesi dell’ex-URSS), il riso in bianco che mangia a cena, il suo tetro giubbotto, il suo sguardo freddo, persino la prostituta con cui trascorre un’ingloriosa mezzora di letizia. Ma in questo generale squallore irrompe improvvisamente un senso di giustizia, una sete di libertà, la poesia di Brecht, e quello che era il prototipo di cattivo si trasforma in un'eroica vittima sacrificale. L’attore che lo interpreta ha purtroppo perso la vita l’anno scorso, ma la gloria e il merito di quest’opera hanno esposto il film a una pioggia di premi, Oscar compreso. La fluidità della sceneggiatura (non priva di momenti comici), l’equilibrio delle sequenze narrative, la bravura degli attori, la ricostruzione fedele di certi ambienti tipici di Berlino Est (guardate il bar, la mensa, gli appartamenti) in cui sembra mancare la fantasia, la creatività, lo stimolo, tutto questo conduce a un risultato emozionante, corale, avvincente. Davanti a una birra a Storie del Vecchio Sud, ci siamo goduti il post-film. Ma poi, una volta usciti, potevamo rinunciare ai krapfen alla crema in Corso Benedetto Croce?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-4876122551601037202?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/4876122551601037202/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=4876122551601037202' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/4876122551601037202'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/4876122551601037202'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/02/31-gennaio-2008-le-vite-degli-altri.html' title='31 gennaio 2008: &quot;Le vite degli altri&quot;'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-6948489972751701828</id><published>2008-01-29T23:45:00.000-08:00</published><updated>2008-01-29T23:47:02.872-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epifanie'/><title type='text'>All'aeroporto</title><content type='html'>Un padre esce dall’edificio dell’aeroporto, è appena atterrato di ritorno da un viaggio faticoso, forse è via da parecchi giorni, è basso, ha una valigia vecchia, ha occhiali sporchi, la pelle scura, dei capelli grigi, uno sciatto riporto sulla testa pelata. Supera la porta a vetri dell’aeroporto, fuori ci sono sua moglie e suo figlio. Lei piange, forse perché lo aspettava, forse perché il figlio la fa soffrire. E il figlio è dietro di lei, cammina zoppicando, è un quarantenne senza più curiosità, ha tanto rancore, ma non sa come sfogarlo, è scocciato, non vorrebbe essere lì, ma forse ha dovuto accompagnare la madre. Non gli piacciono le dimostrazioni di affetto. Non ha spazi. Il padre li vede e si trascina con la valigia verso di loro. La madre lo abbraccia e lo bacia. Piange. Il figlio li guarda da dietro, imbarazzato. “Dai un bacio a tuo padre, dai…” Lui prende la valigia del padre, si avvia: “la macchina è lì”. Il padre accende una sigaretta, la moglie piange ancora, quasi disperata, gli dice di spegnerla. Lui la spegne, abbraccia la moglie mentre cammina, sorride, ma forse vorrebbe piangere anche lui. Non può farlo, scompare lungo il marciapiede dell’aeroporto, con la moglie, dietro al figlio che ha fretta. Anche io ero lì, una sera, poi non li ho più visti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-6948489972751701828?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/6948489972751701828/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=6948489972751701828' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6948489972751701828'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6948489972751701828'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/01/allaeroporto.html' title='All&apos;aeroporto'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-5643250316728215359</id><published>2008-01-14T01:46:00.000-08:00</published><updated>2008-01-14T01:48:02.305-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cinema'/><title type='text'>9 gennaio 2008: "Lussuria" di Ang Lee</title><content type='html'>Al Kursaal danno “Lussuria”, il nuovo film di Ang Lee, vincitore dell’ultimo festival di Venezia. E’ tratto da un romanzo della scrittrice cinese Eileen Chang, è recitato da attori molto bravi, caratterizzato da una storia appassionante e scene molto belle, non escluse quelle erotiche. Eppure, questo era evidente anche a Cinzia, prevale la sensazione di vedere del cinema americano, senza quei tocchi di magia e gli equilibri complessi che ci regalano altri cineasti orientali: veramente orientali. Anche la trama è qualcosa di già visto: sullo sfondo della seconda guerra mondiale, durante l’occupazione giapponese di Shangai (1937-1945), si muovono e tramano tra questa città e Hong-Kong personaggi politicamente avversi, tra cui il direttore dei servizi segreti filo-giapponesi, che è segretamente insidiato dai ribelli. Tra questi vi è una delle sue amanti, la preferita, che si infila nel suo letto e ben presto nella sua vita con lo scopo di sorprenderlo e consegnarlo ai nemici, ma quando riesce a incastrarlo, gli suggerisce anche la via per salvarsi e va incontro ad una logica fine. E però questa trama fa acqua: difficile ad esempio credere che un uomo di ghiaccio (magistralmente interpretato da Tony Leung Chiu Wai) che molti vorrebbero uccidere, abituato ad avere cose e persone sotto il suo controllo, che si insinua “strisciando” nel corpo e nella mente della sua amante lasciandovi incanto, non solo lussuria, è difficile credere che non sospetti di lei, che non la faccia controllare, che si metta nelle sue mani. Restiamo tuttavia affascinati dalla bravura degli attori, dal lavoro dello scenografo: i lunghi vestiti di seta delle donne orientali altolocate e i loro passatempi al tavolo da gioco, le carrozze di Shangai, i piccoli ristoranti. Il fascino dell’Oriente, sempre più vicino, a portata di mano, che non smette di ammaliarci.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-5643250316728215359?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/5643250316728215359/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=5643250316728215359' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5643250316728215359'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5643250316728215359'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/01/9-gennaio-2008-lussuria-di-ang-lee.html' title='9 gennaio 2008: &quot;Lussuria&quot; di Ang Lee'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-5092037449608160302</id><published>2008-01-14T01:26:00.000-08:00</published><updated>2008-01-15T23:45:34.570-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='libri'/><title type='text'>8 gennaio 2008: "Umiliati e offesi" di F. Dostoevskij</title><content type='html'>Mi sono lasciato alle spalle il 2007 con un leggero senso di nausea per le feste. Nei primi giorni di gennaio tutti mi augurano sempre che l’anno nuovo sia migliore del precedente, ma se la zingara mi dicesse che questo 2008 sarà uguale, o meglio, vissuto con la stessa intensità e carica positiva del mio 2007, non potrei che ringraziarla, darle una lauta mancia, uscire dalla sua baracca, sorridere mentre mi avvolgo la sciarpa attorno al collo e andarmi a bere un aperitivo con gli amici. Ho riletto un libro molto bello durante queste vacanze. Devi avere quattro o cinque giorni liberi per farlo, perché non puoi perdere il filo che lega le vicende di “Umiliati e offesi”, romanzo dostoevskiano a mio avviso tra i più efficaci. C’è il principe Valkovskij, un cattivo, o meglio il cattivo della letteratura. Ci sono alcune storie, amorose e non, che però sono tutte annodate alla sua esistenza depravata e crudele. Lui le distrugge senza pietà, non curandosi nemmeno di nascondere dietro la propria formale eleganza un’attrazione bestiale per il potere, il denaro, le donne. Abiezione. Tutti gli altri personaggi, umiliati e offesi dalle pieghe della vita, quando non direttamente dallo stesso principe, si affannano per non perdere la dignità, l’unica cosa che il principe non può togliere loro. Ho riso anche, però, immaginandomi il positivo Masloboev, amico ubriacone del protagonista e simpatico chiacchierone, tra le strade di Bergamo, nella nebbia, a caccia di ingiustizie a cui porre rimedio. Mentre dopo l’ultimo grappino esce da un bar di città alta, la moglie, che lo ama molto anche se lui non la porta mai fuori, gli prepara da mangiare in un prezioso servizio di piatti che nessun ospite ha mai ammirato. Ecco, io non solo vi auguro un anno migliore del precedente, ma di incontrare più gente come Masloboev, oppure di tenervela stretta se vi è già successo. Perché c’è sempre un principe che vi può insidiare…&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-5092037449608160302?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/5092037449608160302/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=5092037449608160302' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5092037449608160302'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5092037449608160302'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2008/01/umiliati-e-offesi-di-f-dostoevskij.html' title='8 gennaio 2008: &quot;Umiliati e offesi&quot; di F. Dostoevskij'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-6628461820120146302</id><published>2007-12-21T07:51:00.000-08:00</published><updated>2007-12-21T07:52:27.476-08:00</updated><title type='text'>Martedì 18 dicembre 2007: la rotativa della Gazzetta del Mezzogiorno</title><content type='html'>Pur essendo uno che cerca di organizzarsi sempre prima, sono convinto che le cose decise all’ultimo momento siano sempre le migliori. Sì, perché quando decidi all’ultimo, hai ancora l’ebbrezza del dubbio, non sai cosa sarà, non sei preparato, per cui una cosa gradita che ti capita senza che tu l’abbia prevista diventa Bella con la b maiuscola. E così, mentre stai andando allo spettacolo per il quale ti sei organizzato, spunta, graditissimo e decisivo, il Traversa, che prende me e Cinzia sotto la sua egida e ci porta alla chiesa della Vallisa: è in programma uno spettacolo di cori Spirituals. Piacevole esperienza. Il gruppo si esibisce con trasporto, invoglia gli spettatori a cantare, rievoca le melodie più famose di questi bellissimi canti, differenti dal gospel perché spontanei, improvvisati, quindi più volti all’espressione dell’umore, della passione, della personalità creativa. Al ristorante greco di Bari Vecchia c’è una cameriera simpatica, siamo tre diversissimi individui (elegante mise color castagna per Cinzia, foulard arcobaleno per Michele, divisa universitaria per me) e ci sembra di essere attesi da secoli: ci regalano birre, sorrisi e un piattino ellenico. La moussaka è molto buona, ma il dolce, lo prendiamo da Fanelli, in via Re David: d’altra parte il cornetto a fine serata è un “must” da quando sono a Bari. Ed è a questo punto che il Traversa fabbrica un’idea geniale col suo macinino delle meraviglie. Redazione della Gazzetta del Mezzogiorno, dove lui lavora: “Avete mai visto come si stampano i giornali?” Alle elementari mi avevano portato una volta a vedere la stampa dell’Eco di Bergamo. Ero il più basso tra i miei compagni, un signore imponente ci mostrava questi carrelli giganteschi dove si ammassavano le copie in stampa del quotidiano locale, io ero quasi intimorito dai rumori, le cinghie con i giornali, l’odore della carta e dell’inchiostro. Ci avevano regalato una copia dell’Eco e ricordo che l’avevo conservata a lungo come se fosse stata un pezzo da collezione. Venticinque anni dopo, rivedere una rotativa in azione, assistere alla produzione delle lastre, alla formazione del colore, alla stampa velocissima di un quotidiano che scorre su rulli pittoreschi prima di essere distribuito in tutto il sud, mi ha dato nuove cose. Soprattutto ho pensato che mentre dormo, proprio mentre io dormo, la notte, c’è un’Italia che lavora, un’Italia fatta di giornalisti, guardiani, operai e segretarie, inseguiti da fischi e sirene sotto le stelle, mentre l’autista di un furgoncino aspetta che si riempia il vano del suo mezzo per andare a distribuire il giornale alle edicole. Io sbadiglio, loro hanno appena cominciato. Dormiranno, spero, mentre io compro il giornale al chiosco, oppure lo leggo ordinando un espressino prima di entrare in università. Sì, perché una volta qualcuno mi ha detto: “tu devi capire una cosa, ora che sei a Bari: la Gazzetta del Mezzogiorno non si compra, ma si legge al bar”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-6628461820120146302?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/6628461820120146302/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=6628461820120146302' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6628461820120146302'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6628461820120146302'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/12/marted-18-dicembre-2007-la-rotativa.html' title='Martedì 18 dicembre 2007: la rotativa della Gazzetta del Mezzogiorno'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-6623101877085413691</id><published>2007-12-09T10:47:00.000-08:00</published><updated>2007-12-14T06:06:25.224-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cinema'/><title type='text'>6 dicembre 2007: Eraserhead (David Lynch)</title><content type='html'>E’ uno dei miei registi preferiti. Ho imparato a conoscerlo dopo essermi appassionato alla serie di Twin Peaks, in cui tra i paesaggi del Montana, le camere con le alogene e i tavoli dei diner, si faceva spazio la maligna presenza degli spiriti dei boschi. Per vedere David Lynch bisogna accettare l’irruzione di cose strane nella tua realtà, cose che ti tengono sospeso tra un mondo che puoi capire e condividere e uno che porta all’invisibile, è fatto di sogni, evocazioni, voci e luci improvvise, in mezzo a un trionfo di rosso e viola. Il sipario, la porta e la tenda sono metafore molto comuni nel suo cinema: i protagonisti dei suoi film devono spesso risolvere misteri e alla fine del film il dubbio resta, perché sei riuscito a vedere le due dimensioni, ma non hai capito che cosa le fa comunicare, cosa c’è in mezzo, di cosa è fatta veramente la tenda che le divide. Come in Velluto blu, Mulholland Drive e sicuramente, eccedendo un po’ nello sperimentalismo, nel suo ultimo film, Inland Empire. Pochi artisti riescono secondo me a tenerti così a lungo nel mistero. Il suo primo lungometraggio, Eraserhead, forse è meno difficile da spiegare, ma ha un contenuto profetico. Sono andato a vederlo con Lina, Cinzia, Anna e Maria Rosaria, ma le avevo giustamente prevenute: lo fa anche il direttore della rassegna prima che inizi il film, invitandoci a tenere duro con lo stomaco. Quando Eraserhead uscì nelle sale nel 1975, fu infatti proibito alle gestanti e il motivo è chiaro: è la storia di un mondo industriale, grigio come il bianco e nero della pellicola, in cui il sole non splende mai e tutti vivremo come uomini inutili, integrati con pezzi di ferro (come il suocero del protagonista). Ci trascineremo da fabbriche dismesse a case squallide e vuote, in cui si annidano isteria e degrado. I nostri desideri saranno destinati a soffocare perché qualcuno agirà per noi (un uomo aziona le leve che simulano il momento della nostra procreazione), tutto ciò che faremo per perpetuarci è quindi destinato al fallimento. Il corpo si decompone, trionfa, raccapricciante, la morte fisica. Allora meglio evitare di guardare avanti, meglio vivere amori fugaci come quelli della vicina di casa. Il figlio del protagonista, un mostruoso verme tenuto in fasce e senza arti, ispira ribrezzo, ma anche pietà, con il suo lamento perpetuo. L’uomo, ci dice Lynch, si è distrutto da solo, si è inventato un mondo in cui realizzare i propri scopi materiali e ha sottomesso al suo volere anche la natura. Potrà mai riaversi? L’unica immagine felice del film è quella di una cagna che allatta i piccoli, mentre il protagonista cerca idealmente di fuggire la sua atroce condizione in un mondo di sogno: qui c’è luce, un palcoscenico con poltrone e tende (ricordate i sogni dell’ispettore Cooper?), una fanciulla deforme canta sorridente di un paradiso che verrà. Usciti dal cinema, ne abbiamo discusso molto, ma stretti nella “Suzuka” di Maria Rosaria e diretti alla croissanteria, abbiamo anche riso. E mentre per strada parlavamo dei simboli di Lynch, il freddo della notte di dicembre ci chiamava a casa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-6623101877085413691?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/6623101877085413691/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=6623101877085413691' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6623101877085413691'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6623101877085413691'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/12/6-dicembre-2007-eraserhead-david-lynch.html' title='6 dicembre 2007: Eraserhead (David Lynch)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-8397021058106938857</id><published>2007-12-04T06:07:00.000-08:00</published><updated>2007-12-05T00:55:53.363-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='radio'/><title type='text'>01.12.2007: Per vie traverse. Una passeggiata a Pietroburgo</title><content type='html'>Siete mai stati in una radio? Non avete idea, se la risposta è no, di quanto sia interessante: armadi pieni di dischi e cd, piccole stanze insonorizzate con microfoni che piombano dal soffitto, simpatici tecnici del suono che ti fanno segni e correggono i tuoi indugi nel parlare. Io non avevo mai provato questa esperienza, eppure quella del dj è una figura che mi ha sempre interessato. Avrei anche voluto farlo, ma poi il destino, invece che davanti a un microfono, mi ha portato (e ne sono orgoglioso) davanti a una lavagna e a tanti studenti. Della radio, o almeno delle radio che io ascolto, mi piace l’entusiasmo sincero di chi ci lavora, la genuinità delle loro intenzioni, la spontaneità del linguaggio, il gioco di immaginazione delle fattezze del dj al solo sentirne la voce. E poi la musica, che in televisione ormai è diventata solamente un noioso, ripetitivo contrappunto a gente che urla, si insulta, si spoglia, si vende e dietro le quinte, per aver fatto questo, ritira assegni milionari. Comunque, in radio ci sono andato per la prima volta due settimane fa, a parlare di Pietroburgo su gentile invito di Michele Traversa, puntuale giornalista e fotografo, cercatore di attimi magici in terre lontane e vicine, animatore incallito della contemporaneità barese. Se abitate qui, è improbabile che non lo conosciate. Conduce su “L’altra radio” (www.laltraradio.it) un programma chiamato “Per vie traverse” (proprio come il suo libro di viaggi pubblicato da Stilo), in cui chiacchiera di paesi lontani con chi li conosce. Non vuole tuttavia che si parli solo delle cose che il giovane turista vorrebbe leggere sui cataloghi dei tour operator. Vuole che l’ascoltatore possa chiudere gli occhi, magari ascoltando una canzone in tema oppure i versi di un poeta, e si ritrovi a passeggiare sulla Prospettiva Nevskij, osservi i marciapiedi, i segnali stradali, i portoni dei palazzi, il naso delle persone che ci stanno camminando, se non l’hanno già perso come nel racconto di Gogol’. Oppure, sfidando le raffiche di vento gelato, vuole che incontri Stravinskij, come nella canzone di Battiato. Io mi sono divertito molto a parlare di Pietroburgo, la trasmissione è andata in onda oggi, ma se volete passeggiare per le vie di Pietroburgo potete ispirarvi entrando nel sito della radio e ascoltando l'intervista. Basta andare a "riascolta i programmi" e cliccare su "per vie traverse".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-8397021058106938857?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/8397021058106938857/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=8397021058106938857' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/8397021058106938857'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/8397021058106938857'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/12/01122007-per-vie-traverse-una.html' title='01.12.2007: Per vie traverse. Una passeggiata a Pietroburgo'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-1350730464307108039</id><published>2007-11-26T02:06:00.000-08:00</published><updated>2007-11-26T02:12:50.830-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='teatro'/><title type='text'>Domenica 25 novembre: Le voci di dentro (Edoardo De Filippo)</title><content type='html'>Se non avete mai visto Napoli, suggerisce un proverbio, è ancora presto per morire. Forse io sarò di parte perché ci sono nato, ma questa città è un palcoscenico. Si trascina lungo l'impervio cammino i problemi e i disagi che la stanno distruggendo, ma vivendoli in uno spirito comico permanente, alla luce di un riso eterno e terapeutico. Nemmeno lo scontroso Gogol’, che fu tra quelli che amò Napoli, riusciva a rinunciare all’allegria delle sue strade, a quella teatralità insita nella sua gente, al colore del dialetto e al buon senso consolante di chi lo parla. De Filippo fu uno dei maggiori interpreti della Napoli del dopoguerra. Nella sua opera si fa spazio quell’ambiguità che dobbiamo tollerare anche in Cechov: vengono definite commedie delle rappresentazioni amare e tragiche della vita, dove la parola scompare tra le pieghe del sospetto. Chi ha qualcosa da trasmettere muore, come Cupiello, come zi’ Nicola. Però si ride e il riso, sembra dirci Edoardo, l’eterno riso napoletano ci salva e rigenera, togliendoci anche solo per un attimo dalla fame, dalla povertà, dalla colpa e dall’inganno, da tutti gli angoscianti problemi che hanno minato anche ciò che a Napoli è più sacro, il nucleo familiare. Nelle famiglie di De Filippo si preparano delle tragedie, eppure non si comunica, non si parla, la verità viene alla luce solo per colpa dei pettegolezzi dei portinai e le cameriere, o di singolari coincidenze. Oppure, al contrario, notizie false, generate da sogni indistinguibili dalla realtà, dalle voci di dentro, possono indurre tutti i membri di una famiglia, cameriera compresa, ad accusarsi l’un l’altro di un delitto che non è mai stato commesso, quando invece sarebbe bastato riunirsi e parlare. Succede in quest’opera di Edoardo del 1948. Al Piccinni era una delle punte di diamante della stagione di prosa: Luca De Filippo la sta portando in giro in Italia da due anni, per la regia di Francesco Rosi e la suggestiva scenografia di Enrico Job. Le vecchie sedie da lui ammucchiate in casa Saporito, dove insieme ai due fratelli Alberto e Carlo vive zi’ Nicola, l’unico che sappia veramente comunicare ma che non parla se non sparando fuochi d’artificio o marcando i falsi con lo sputo, queste vecchie sedie appunto, sono tra le immagini più importanti della commedia. Ridotte a materiale di scarto in attesa di essere venduto, stanno a indicare che anche nelle famiglie più “normali” non c’è più l’abitudine di parlarsi, di comunicare e crescere insieme, di stare attorno a un tavolo. La sedia è diventata un oggetto inutile, vecchio e di cui sbarazzarsi, mentre i personaggi camminano in preda all’ansia e al sospetto, difendendosi con affanno e lanciando accuse. “Assassini”, dirà loro Alberto Saporito. Assassini perché pur non avendo ucciso nessuno vi siete comportati come se lo aveste fatto, cercando l’isolamento invece dell’aggregazione. Costruita su irresistibili trovate comiche, Le voci di dentro è una commedia profetica. Ridiamo e riflettiamo. O meglio: ridiamo tanto, dovremmo riflettere di più.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-1350730464307108039?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/1350730464307108039/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=1350730464307108039' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/1350730464307108039'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/1350730464307108039'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/domenica-25-novembre-le-voci-di-dentro.html' title='Domenica 25 novembre: Le voci di dentro (Edoardo De Filippo)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-714206948062594696</id><published>2007-11-26T01:46:00.000-08:00</published><updated>2007-11-26T01:54:10.031-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cinema'/><title type='text'>Venerdì 23 novembre: Arancia meccanica (Stanley Kubrick)</title><content type='html'>Amo molto il Kursaal, quando ci entro mi dà una piacevole sensazione di intimità e calore, con quelle vecchie poltrone morbide e leggermente inclinate di velluto beige. Quando mi ci siedo nell’attesa che cominci il film, girato verso l’entrata per vedere chi arriva (un piacere di cui non mi voglio privare mai), è come se tornassi a casa dopo una lunga giornata di lavoro passata in piedi. Ecco perché al  Kursaal arrivo sempre un po’ in anticipo: specialmente ieri sera. L’occasione era ghiotta. Un gruppo di lungimiranti studenti ed esperti di cinema ha organizzato una rassegna sugli anni Settanta (&lt;a href="http://www.sentierinelcinema.it/"&gt;www.sentierinelcinema.it&lt;/a&gt;) e a inaugurarla proprio il film di Kubrick, in versione restaurata. Ero minorenne quando lo vidi la prima volta. Non al cinema, ma da un amico di Bergamo che possedeva centinaia di videocassette duplicate. Lo vidi e non lo capii. Mi ero fermato alla violenza e alla forza significante delle immagini. Eppure avevo già in qualche modo percepito segni di grandezza. La grandezza di un’opera che riesce ad essere impressionante e attuale anche dopo quasi quarant’anni: si parla di libero arbitrio, violenza, politica e futuro senza che un solo argomento di questi rimanga ancorato al passato. Un altro che ci riesciva sempre era Dostoevskij. Comunque vedere Arancia meccanica per la sesta volta, ma la prima sul grande schermo, mi ha dato sensazioni nuove, ad esempio quella di guardare un capolavoro insieme a centinaia di altre persone in estasi, in una sala piena e silenziosa, come nelle vere grandi occasioni. Insegnando una lingua, sono portato a consigliare sempre la visione di un film in lingua originale. Ma se lo facciamo con Arancia meccanica, perdiamo una straordinaria possibilità: i dialoghi italiani di Riccardo Aragno riflettono in modo non meno efficace dell’originale il gergo colorito e poetico di Alex e i suoi tre &lt;em&gt;drugi&lt;/em&gt;, invenzioni linguistiche che Burgess stesso aveva costruito sul russo: “e tutti i più &lt;em&gt;malenchi&lt;/em&gt; peli del mio intero plotto si drizzarono dall'emozione”. Quante altre parole russe ci sono? Sarà una bella cosa da verificare con i miei ragazzi. Sul film, pieno di colpi di genio, di eleganti raccordi tra arti diverse, di scene di atroce violenza accompagnate dalla Gazza ladra di Rossini, potrei scrivere per ore senza annoiarmi mai. Molto chorosho! Mi limito a ricordare uno dei tanti quadri in movimento che Kubrick dipinge: guardate quando Alex si ritrova chiuso in una camera in casa dello scrittore, costretto ad ascoltare Beethoven e quindi indotto a trovare nel suicidio l’unica via di uscita da quella tortura. Guardate come sono rappresentati lo scrittore, la guardia del corpo e i due ospiti intenti a godersi lo spettacolo della tortura. Io ci vedo tracce di Delvaux, Dix, Bacon. Ma forse, a vederlo la settima volta, si scende ancora più in profondo. Il buon vecchio Kubrick, un inesauribile genio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-714206948062594696?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/714206948062594696/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=714206948062594696' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/714206948062594696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/714206948062594696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/venerd-23-novembre-arancia-meccanica.html' title='Venerdì 23 novembre: Arancia meccanica (Stanley Kubrick)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-7628639729781584392</id><published>2007-11-19T00:39:00.000-08:00</published><updated>2007-11-19T00:47:02.164-08:00</updated><title type='text'>17 novembre 2006: "2046" (Wong Kar-Wai)</title><content type='html'>Serata piovosa e fredda quella di ieri, ero così stanco che dopo cena non ho potuto fare altro che ripristinare una vecchia abitudine: il film in camera. Così, steso sul mio letto cigolante, ho acceso il portatile e ci ho messo dentro un dvd che l’ottimo Valerio mi aveva prestato molto tempo fa. Glielo restituirò con gratitudine, perché è stata un’esperienza particolare. Si trattava di “2046”, l’ultimo film di Wong Kar-Wai disponibile per il pubblico italiano, in attesa che esca nelle sale il suo nuovo lavoro, presentato a maggio al Festival di Cannes. Ho imparato a conoscere questo regista da poco tempo, a Bari. Stefano, infallibile cinefilo, mi aveva prestato “Hong Kong Express” e poi “In the mood for love”. Non ho avuto dubbi, si tratta di un orafo dello schermo. Quando vedi un suo film hai l’impressione che lui ci sia sempre, che non ti lasci mai, con i suoi tocchi di classe, i suoi esatti schizzi di stanze segrete e mani che sfiorano un muro sotto la pioggia. Wong Kar Wai è come un direttore d’orchestra che guarda il pubblico girando le spalle ai musicisti. Musicisti eccellenti. Lui cerca te, spettatore, ti sorride e poi scompare dietro le tende e i separé delle case di una Hong-Kong anni Sessanta. Lascia tracce indelebili però, evoca scene che hai dimenticato perché non hai pazienza, perché nella fretta della tua vita non ripensi alle cose che hai vissuto. Lui, orientale, torna a ricordarti tutto con i suoi leitmotiv. Sublimi brani musicali e suggestive arie d’opera, scene di giunzione all’inizio e alla fine del film, luoghi e oggetti, eleganti metonimie (valga per tutte il guanto della “vedova nera”) che generano personaggi: guanti, banconote, gonne, carte da gioco, apparecchi radio e soprattutto porte, ringhiere e scale. Come quella che conduce alla pensione in cui abita lo scrittore Chow Mo Wan. Generoso dongiovanni, trascorre nella camera 2046 le sue ore liete con Su, l’unica donna che ha veramente amato tra tutte quelle, bellissime, che ricorda e ci racconta. Intanto però pensa al romanzo che sta scrivendo e che ha lo stesso titolo del film. Lo immagina come un viaggio nel futuro, in cui si vivono, rispetto al presente, analoghe situazioni, nel cui mondo di robot e treni velocissimi compaiono anche gli stessi personaggi, ma da cui non si torna più indietro. Lo fa solo il narratore, protagonista e regista. Un messaggio radio alla fine del film ci fa capire che questo 2046 è una metafora sul destino politico di Hong-Kong, pericolosamente stretto tra Cina e Inghilterra. Ma a noi piace pensare alla microstoria, ai Chow Mo Wan, alle sue donne, alle camere, le bische, i ristoranti di questa bellissima Hong-Kong, ai lampioni e le strade che nemmeno la grande storia, ci sussurra Kar-Wai, potrà cancellare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-7628639729781584392?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/7628639729781584392/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=7628639729781584392' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/7628639729781584392'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/7628639729781584392'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/17-novembre-2006-2046-wong-kar-wai.html' title='17 novembre 2006: &quot;2046&quot; (Wong Kar-Wai)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-885442305415154704</id><published>2007-11-16T02:16:00.000-08:00</published><updated>2007-11-16T02:46:50.975-08:00</updated><title type='text'>15.11.2007: Ai confini del paradiso (Fatih Akim)</title><content type='html'>Non perdete questo film. C'è qualcosa di nuovo nel cinema di questo regista turco. C'è la straordinaria Turchia, che noi immaginiamo come un luogo lontano, nello spazio e nella storia, con i palazzi fatiscenti e la difficile quotidianità di Istambul, ma che Akim ci trasmette con rinnovati presagi, nel momento in cui essa si approssima agli orizzonti politici e filosofici dell'Europa. Lo fa ambientando le sue storie tra Turchia e Germania, dove vive attualmente la più grande colonia di emigrati turchi. D'altra parte il suo precedente film, "La sposa turca", bellissimo, si svolgeva proprio in Germania e aveva come protagonisti due turchi. Quest'altro ne riprende alcuni temi: il delitto involontario e il castigo che fortifica, l'amore irrealizzato, le leggi del caso, il ritorno ai luoghi natii. La morte di due donne cambia i destini dei personaggi che hanno con loro i più intensi legami e intreccia tutte le loro storie nel quadro di una circolarità narrativa gestita molto bene dal regista: un anziano turco, vedovo ed emigrato a Brema, suo figlio che è professore universitario, poi una madre tedesca (Hanna Schygulla!) tollerante, apprensiva, raccontata nella difficoltà di gestire il suo rapporto con la figlia impulsiva. Un incontro decisivo porterà questa figlia a fare i conti col destino, trascinando tutti gli altri personaggi ad un punto di svolta, ad una soglia. Questa soglia è la spiaggia dell'ultima scena, "ai confini del paradiso", da cui il professore tornato in Turchia attende il padre.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-885442305415154704?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/885442305415154704/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=885442305415154704' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/885442305415154704'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/885442305415154704'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/15112007-ai-confini-del-paradiso-fatih.html' title='15.11.2007: Ai confini del paradiso (Fatih Akim)'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-26517905884860760</id><published>2007-11-12T06:15:00.001-08:00</published><updated>2007-11-12T06:15:30.005-08:00</updated><title type='text'>11 novembre 2007: Paolo Panaro</title><content type='html'>Non potete perdervelo: quando in sala si fa buio, sale su un tavolo di legno al centro del palchetto allestito nella Chiesa della Vallisa, a Bari Vecchia. Attende che un faro illumini la sua figura e lo spazio limitato che si è scelto, poi comincia a narrare. Senza effetti. Solo qualche nota musicale di raccordo tra un capitolo e l’altro. Per un’ora e più. Stando sempre su quel tavolo. Mentre tu resti incollato alla sedia. Non avevo mai visto Paolo Panaro, ma ne sentivo parlare da un po’. E allora ho colto al volo l’invito della collega Valentina Ripa, saggia consigliera in fatto di teatro, e sono andato a vedere lo spettacolo che questo attore d’eccezione ha tratto dal romanzo Capatosta di Beppe Lopez. La storia di Iangiusand’, una donna animata da una testarda volontà e costretta per tutta la vita a scappare dalle disgrazie, storia ambientata nella Bari degli anni Trenta e Quaranta, trova nella voce e nel corpo di Panaro una concretezza penetrante. Lui ti fa vedere i personaggi. Sono tutti lì, nei suoi gesti, minimali ma più efficaci di una immensa fotografia a colori. Ecco Cilluzz’, il marito violento, ecco la zia mezzana, le comari invidiose, il figlio che la vede morire nella miseria che lei si è scelta per scappare da quella madre che non l’ha mai amata. Il tutto narrato con innesti di barese popolare, colorito e divertente, fruibile anche ai forestieri come me. Bello quando il teatro ti fulmina con una voce, pochi gesti, senza fronzoli, andando a solleticare uno dei piaceri fondamentali della vita: quello di “sentire” delle storie. Panaro te le sa narrare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-26517905884860760?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/26517905884860760/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=26517905884860760' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/26517905884860760'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/26517905884860760'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/11-novembre-2007-paolo-panaro.html' title='11 novembre 2007: Paolo Panaro'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-6480447780446007035</id><published>2007-11-12T06:09:00.000-08:00</published><updated>2007-11-12T06:17:26.901-08:00</updated><title type='text'>10 novembre 2007: Gravina</title><content type='html'>Trovo che Gravina sia un posto splendido, c’ero andato da solo in un caldo pomeriggio estivo pochi mesi dopo il mio trasferimento a Bari. Mi era rimasta l’impressione di un luogo affascinante, in qualche modo selvaggio, costruito su un fantasioso disordine, su una discontinuità impressa come un marchio. Hai l’impressione, a Gravina, che l’uomo abbia cominciato a costruire, ma poi si sia lasciato sopraffare dalla forza della natura e non l’abbia più disturbata per anni. Ora che ci sono tornato con alcuni cari amici, ho percepito soprattutto l’importanza dell’acqua. Scorre nei cunicoli delle antiche grotte, è stata incanalata nell’acquedotto del ponte, ha modellato il tufo aiutando l’uomo a costruire dei capolavori, evoca gli spiriti benigni, ricorda lo scorrere della vita. Eppure la morte incombe con i suoi simboli su questo posto magico. Se guardata dall’alto, ci assicura la nostra guida, Gravina sembrerebbe assumere le sembianze di un teschio, mentre per tutta la città sono disseminati i simboli della morte: sotto il crocifisso nelle rappresentazioni sacre, sopra le case che venivano sequestrate dalle confraternite per il non pagamento dei pegni, all’ingresso dalla Chiesa di Santa Maria del Suffragio (o Chiesa del Purgatorio), e nella Chiesa di Santa Croce, posta sotto la cattedrale. Antonella, Francesca e Stefania, compagne gravinesi di lunghe conversazioni nella “cucina” di via Putignani, ci hanno anche portato a mangiare da Zia Rosa: tra prelibati antipasti a base di funghi e legumi, sorsi di Verdeca, vari assaggi di orecchiette, squisiti sasanelli e licenziose barzellette del proprietario, ci siamo armati contro il vento che sembrava volerci portare via. Sul treno per tornare a Bari, sui sedili verdi, al caldo dei vagoni delle FAL, di nuovo quel senso di raccoglimento e stanchezza rigenerante.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-6480447780446007035?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/6480447780446007035/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=6480447780446007035' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6480447780446007035'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6480447780446007035'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/gravina-10-novembre-2007.html' title='10 novembre 2007: Gravina'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-6612619614886810311</id><published>2007-11-10T00:34:00.000-08:00</published><updated>2007-11-10T01:01:06.222-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='teatro'/><title type='text'>Lo spettacolo "Le notti bianche"</title><content type='html'>Dunque, ci siamo andati. Io, i proff. Perillo, Ripa, Moliterni e altri. Ma soprattutto tanti studenti di russo. Che piacere! L'allestimento era molto carino, c'erano le cose giuste: il ponte di Pietroburgo, la panchina del sognatore, il lampione. Peccato che a teatro ci vadano anche i maleducati, che pensano di poter urlare agli attori di alzare la voce come se fossimo al karaoke... Simona è stata bravissima, secondo me più convincente del suo collega, ma anche lui ha lavorato molto bene sul personaggio: il sognatore russo un po' passivo, vulnerabile, partecipe della felicità altrui perché egli stesso non riesce a realizzarne una che non sia quella delle sue reveries. Nasten'ka era luminosa, ironica, affascinante, forse un po' meno russa di quella del racconto di Dostoevskij, che invece mi pare più discreta e timida, dimessa, più fanciulla. Un'ottima interpretazione, tuttavia, anche se Simona stessa non credeva ai nostri complimenti. Era per qualche motivo contrariata per come era andato lo spettacolo. Ma si sa, gli attori sono molto perfezionisti. Dopo lo spettacolo sono andato con alcuni studenti a bere qualcosa al "Tadadatà", Bari Vecchia. E' il tipo di posto che piace a me, tavoli tutti diversi, luci soffuse, gente simpatica, cordialità. Il buon Michele Traversa, che conosce quasiasi posto in qualsiasi angolo di Bari, si è fatto portare una bottiglia di Negramaro. E abbiamo parlato, riso, ascoltato mentre fuori pioveva, in quell'atmosfera piacevolmente sospesa che si costruisce solo in certi posti, in certi momenti, con certe persone. Come nelle notti bianche...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-6612619614886810311?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/6612619614886810311/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=6612619614886810311' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6612619614886810311'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/6612619614886810311'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/lo-spettacolo-le-notti-bianche.html' title='Lo spettacolo &quot;Le notti bianche&quot;'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-2253947380913259507</id><published>2007-11-08T06:39:00.000-08:00</published><updated>2007-11-09T01:51:30.875-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='teatro'/><title type='text'>Simona Mastroianni dopo l'incontro con gli studenti</title><content type='html'>L'incontro è stato bellissimo. Simona è una ragazza molto carina e alla mano, mi è piaciuta moltissimo soprattutto quella sua timidezza davanti a tutti gli studenti di russo. Ci ha parlato della Russia, del teatro, di Dostoevskij, della sua laurea in lettere, sembrava che con noi fosse molto a suo agio. Penso che un'esperienza del genere sia servita molto ai ragazzi, a volte gli attori di teatro sembrano sempre vivere in un'altra dimensione, quasi che ti convincessero che non puoi capirli, invece Simona Mastroianni sembrava più una spettatrice, mentre parlava avevo la sensazione che fosse una studentessa di russo. Domani andrò a vedere lo spettacolo, sono molto curioso di vederla all'opera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-2253947380913259507?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/2253947380913259507/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=2253947380913259507' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2253947380913259507'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/2253947380913259507'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/simona-mastroianni-dopo-lincontro-con.html' title='Simona Mastroianni dopo l&apos;incontro con gli studenti'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-303911272147509266.post-5343741830801819817</id><published>2007-11-08T00:30:00.001-08:00</published><updated>2007-11-09T04:41:28.335-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='teatro'/><title type='text'>Simona Mastroianni</title><content type='html'>Oggi viene a fare visita alla Facoltà l'attrice Simona Mastroianni, che domani andrà in scena qui a Bari con uno spettacolo tratto dalle "Notti bianche" di Dostoevskij. Ha espresso il desiderio di incontrare gli studenti di russo. Sarà interessante vedere quanto c'è in lei del personaggio di Nasten'ka. Non ho preparato le domande, vorrei che si sentisse libera di raccontarsi: di lei, del suo lavoro, della Russia, della letteratura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/303911272147509266-5343741830801819817?l=marcocaratozzolo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/feeds/5343741830801819817/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=303911272147509266&amp;postID=5343741830801819817' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5343741830801819817'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/303911272147509266/posts/default/5343741830801819817'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://marcocaratozzolo.blogspot.com/2007/11/simona-mastroianni.html' title='Simona Mastroianni'/><author><name>Marco Caratozzolo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09165904476927578244</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
